NASO
ovvero
La Lingua nel Taschino
o Il cuore nel naso
(Delle cattive letture, delle musiche impure)
o Il naso nel cuore
NASO
ovvero
La Lingua nel Taschino
o Il cuore nel naso
(Delle cattive letture, delle musiche impure)
o Il naso nel cuore
QUESTA È UNA SCULTURA DI GIACOMETTI ALBERTO
Quella sottigliezza cos’era? Finezza?
Quella fragilità della figura, quei fili
di donna, d’uomo… cos’erano?
Fili di fiato, di voce, vita? Ultimi fili di vita?
Forse l’ultimo segno dopo che il tempo,
l’esistenza, la morte, l’intelligenza, l’ottusità
li avevano corrosi, se l’erano mangiati,
li avevano rovinati… un ultimo segno
prima del nulla… e quell’ultimo segno
è scultura… l’umanità che porta arte
alla Terra, perché la terra viva
la sua ultima età, quella dell’arte
umana, appunto. Ma al di là
di queste spacconate su arte
e su età, cosa me ne andavo,
io, significando?… Significando
me ne andavo, forse, dico forse,
che io non ne potevo fare a meno…
e non parlo di chissà quale esigenza,
parlo del fare meno e ancora meno
fino all’ultimo segnale di quel meno,
segnale dopo il quale non c’è niente…
insomma c’ero io che me ne andavo
a spasso con le mani nelle tasche…
…qualcosa, una cosa sottile,
quella cosa doveva restare
per non farla troppo lunga
con il nulla, che – questa
è la scoperta – non esiste…
e “noi esistiamo semplicemente
perché è impossibile
l’esistenza del niente”…
e allora, per non farla troppo lunga
con la nullità, io feci lunga
la mia figura umana,
che in principio fu fatta,
da me, fu fatta da me
avanzare dalla tanta,
quasi tutta, creta tolta,
e fu fatta perché sarebbe
stato molto più stucchevole far nulla.
Perché nel novecento,
nel novecento tutto,
il nulla e il non esistere
sono fatti con lo stucco.
Dagli stuccatori e non da me
furono fatti, e disegnati a fregio,
a listello, a fascia ornamentale,
dagli imbianchini del novecento
mio, del novecento e rotti,
del novecento tutto, quando
già il barocco, quel nulla
e quel non essere, l’avevano costrutto
distruttivamente. Ma il rococò
continua nei versi della gallina
e degli artisti, oggi come ieri
e, come oggi, domani.
E io di rococò divenni roco,
non volli dire niente ma quel poco
di creta e di parole che il barocco
lasciò cadere in terra arricciolando…
e con quei resti scarsi io feci fare
all’uomo che cammina non quattro
né due, seppure pare che barcolli,
ma l’unico dei suoi perduti passi.
E questa è la sottigliezza:
ché far nulla è più uno sfoggio
che un non fare, se il nulla,
più del tutto, fa parlare.
Invece io ho voluto fare poco,
quasi non dire, dire poco,
per dare l’impressione non avessi
niente da dire, e che lo dicessi.
Ti pare poco! Ecco: l’apparir
del poco, del quasi nulla,
io l’ho realizzato ossia l’ho fatto
cosa. Mica per dire o tanto
per parlare. E non fu, no, non fu,
la mia, una sottigliezza intellettuale,
quasi dal francese all’italiano.
No, fu una sottigliezza materiale…
Nel novecento ho forse, credo, mi pare,
ridato corpo, materia alla sottigliezza…
oppure tolto: corpo, materia…
lasciare era togliere… togliere era lasciare…
Ma perché si può dire tutto
(invertendo fattori)
senza, poi, doverlo pagare?
(E quanto vorrei toglierlo
anche il lasciarmi andare).
Se uno vuole dare i numeri
con le mani, li può dare…
togliendole dalle mie tasche
le mie mani, seguendo il filo
del mio fischiettare…
togliere come lasciare…
Alla fine del togliere resta
una cosa che resta:
una scultura che, se io
non avessi tolto, non sarebbe
esistita ossia non sarebbe
esistito quel mio fare a meno
del pane di creta che, grezzo,
quel pane, somiglia a una testa…
e io quella testa l’ho tolta
dalla faccia della Terra
così come farei con le montagne.
A furia di togliere
cosa viene fuori?
Viene fuori l’opera,
indurita la creta,
sciolta la cera,
spezzata la pietra,
vengono fuori
mercante e clientela,
viene allo scoperto
l’attività del mondo.
A furia di togliere
io lascio un segno
(dei tempi, tutti i tempi),
lascio un bene, che occupa
un posto. Sono entrato
nei caveau delle banche,
sia come valore
che come malloppo,
ho acceso desideri e cupidigia
e dato esca a fuochi ipotecari
sulla stima d’asta ultima scorsa,
sono entrato, cazzo, nei musei,
dove la gente va a guardare i pezzi
come un’esposizione di incidenti…
ma è la scrittura, casomai,
che va guardata, invece la scultura
va subita… facessero un po’
come gli pare… e sono entrato
nelle case come opera d’arte
ossia come patrimonio e investimento,
e sono diventato di famiglia,
e ho visto pure la padrona nuda,
la figlia che cresceva fino
a diventare nuda come donna…
e m’hanno carezzato la scultura…
A furia di togliere ho soffiato sul fuoco
dell’aumento di valore del mio meno:
l’accrescimento delle sottigliezze,
le mie sottigliezze in bronzo, in creta
in punta di matita… insomma ho tolto
di mezzo il superfluo e sono andato al sodo…
Mi sono limitato, mi sono limitato all’incremento,
mi sono limitato, ho scolpito linee, linee di confine
linee di passo, del passo umano, l’essere come linea
di tra il sé e sé dell’essere… e ho visto tutti i traffici
di orrori e di valori, e per valori intendo le valute
e gli ori, e per orrori intendo l’affarismo morale…
Io non ho che perso il carico, ho sperperato
una camionata di creta, una cofana
di bronzo, un cratere di metallo
che bolliva, li ho ridotti a una
strisciata, una parabola
di piscio solido: l’essere umano
orinato dall’essere umano, con anche gli spruzzi
come dopo tre birre, in beatitudine, manovrando
la mia pompa all’aperto come una pompa
da annaffio e da spegnimento di tante illusioni…
E con le stesse dita, con le stesse dita ho lasciato
il mio segno, con le stesse dita con le quali
ho sostenuto la tesi del pisciare, il mio uccello.
E quante volte c’è rimasto sopra un velo di creta,
passando io da una materia all’altra, che pareva
me lo fossi scolpito o modellato. No, non pareva,
era così. Le cose si mischiano, e dal mescolamento
capisci le cose. Pisci e capisci il Paradiso, è vero o no?
La beatitudine e gli angeli leggeri, è vero o non è vero?
Per esempio. L’uomo che barcolla, l’uomo che cammina:
sono uno scroscio, con spruzzi e sinusoidi d’onda.
Chi conosce il piacere di fare acqua all’aperto
e a viso aperto, mi capisce. E non c’è panorama,
non c’è panorama. Certe volte sul ciglio
di un tornante con sotto tutto il mondo,
con tutto il mondo davanti, e l’orizzonte
lontano e implorante, coi monti che sono soltanto
pietrame da togliere, e le pianure solo croste grattugiate…
ma fatemi il piacere coi vostri panorami dei miei coglioni…
certe volte chiudevo gli occhi e annaffiavo, poi
li riaprivo, guardavo il mio oro colato e dicevo:
mi libero, ossia mi sto ispirando al mio fare oro,
scolpisco, sto scolpendo fili d’oro. E afferravo l’attimo
delle mia filiforme liberazione. “Io ero l’anima
e da me si dipartiva l’uomo”, se posso permettermi
un accenno d’erezione del linguaggio. Se non è
concretezza questa. Come bagnavo la creta?
Come la mantenevo umida? La creta che mentre
modelli si secca sotto le dita febbrili, calde, eccetera…
È inutile che ve lo dica, l’avete capito, non fatemi
sbottonare qui davanti a tutti come esempio. E va be’…
Grattarsi le palle, questo spera l’artista. Io l’ho fatto
grattando quei pallosi globi d’argilla. Concretamente,
con le dita, non con la testa, la testa, la mela
dell’uomo, il frutto nel quale c’è l’altro succo,
quello da spremitura con le mani alle tempie.
L’ho morsa fino al torsolo la testa, torno torno al seme,
l’altro seme. Abbiamo tutto doppio in questo corpo.
Ma perché possiamo dire tutto? Ma perché?
Il filo del discorso… Vorrei dire il filo senza fare
il discorso. E quale filo? Quello che manca poco,
anzi niente, e si spezza. Quand’è che mi fermavo?
Quand’è che l’opera è finita? Per me, parlo per me.
Ma perché? Non si vede? Ma voi state guardando
e non subendo… Mi fermavo poco prima
che tutto si spezzasse. Avevo più creta
addosso io che la figura umana in creta…
il bronzo, uguale, ne pisciavo più io
che il crogiolo nella forma… La testa?
Ridurla a un filo non serve… Volete
una testa? C’è già, tutta scolpita,
se è per questo. È il chiodo. Basta.
Tanti quadri alle pareti e nessuno
sì è mai reso conto che erano le lapidi
dei tanti chiodi messi con la punta al muro.
I quadri servili sono sempre serviti solo
e sempre a questo: nascondere la testa
sotto il panorama: mari, monti, vie, aie
e fregi astratti e sfregi alla fontana.
Il chiodo, se così posso dire, è l’ultimo torsolo.
Chi è che mangerebbe un chiodo? I fachiri?
Mah, non lo so, non m’intendo di trucchi
esotici né di istallazioni. Un chiodo,
lo guardavo e mi chiedevo: riuscirai
mai a scolpire una testa così? No, mai.
Un corpo intero sì, ma una testa no.
E corpi interi, sì, ne ho conficcati
come chiodi sulla terra, chiodi fissi.
Ma può, uno, veramente, mettersi lì
a fare le orecchie con i polpastrelli?
Ma di cosa stiano parlando? Di cucina?
Per fare le orecchie occorre la farina
oppure i libri da lasciar sospesi.
I chiodi non hanno orecchie? Chi lo dice?
Non è che non ce l’hanno. Non si vedono.
Essi, come me, vanno per il sottile.
Capite? Non si vedono. Bella mossa.
Ho imparato moltissimo dai chiodi.
Certi chiodi da alpinista però ce l’hanno
le orecchie, proprio fatte a orecchie,
orecchie aperte, che dentro ci passano
corde di suoni. Che possano spaccare
le montagne, io m’auguro, queste orecchie
prese a martellate. Perché i chiodi
per arrampicata hanno le orecchie?
Perché sono le uniche orecchie, che,
come orecchino hanno l’uomo pendente,
l’alpinista appeso, ecco perché.
Una forma di irrisione ornamentale.
Vabbe’, che altro volevo dire?
Quel poco d’acqua l’ho detta,
quel poco d’acqua l’ho fatta, nel mentre
che parlavo… qualcuno se n’è accorto,
qualcuno no… il chiodo l’ho detto,
le orecchie pure le ho dette…
Si può dire tutto. E io vorrei,
quel tutto, dirlo poco. Questa cosa che
si può dire tutto è veramente il grande
inganno. Tutti che parlano, e più si parla
più si dicono le stesse cose. Alla fine
una sola: la sofferenza sotto il peso,
il peso di tutto quanto s’è detto.
Ogni essere umano è un lamentoso
tumulo, un mausoleo di pena, sì,
perché pena e lamento sono ormai
salme quando se ne parla. Quando,
quando m’è mai capitato (mai)
di sentire la freschezza della pena
e del lamento, quando? Me lo sto
domandando. Conosco la risposta,
tra parentesi (e m’è scappata sopra).
Qualche eccezione, sì, qualche eccezione.
Le tengo per me perché non voglio
impressionarvi. Una pena ancora viva,
fresca al punto – ma sì, voglio perdere
la faccia – che pare una rosa, una pena
che odora, un lamento che sia ancòra
un tuffatore, attirato dal blu profondissimo.
E che lo fa: salta, si butta. Ma poi
lo voglio vedere, lo voglio vedere…
mi fermo apposta sul picco, lo voglio
vedere. Anzi, già che ci sono, faccio
la mia pisciata a mare. E mentre sto
lì che modello la parabola, eccolo,
tutto rinfrescato, se è un lamento vivo,
eccolo… eccola, tutta a spruzzi, la testa
viene fuori, e con la bocca pare che suoni
la tromba soffiando via l’acqua da sé,
ma non l’acqua bevuta, perché se il lamento
è spavaldo non beve. Ma l’acqua del viso,
quest’acqua, che sempre scorre sulle labbra,
scendendo dai capelli sulla fronte, a salto
dagli zigomi, a gocce diramando lungo il naso…
e una, con la punta della lingua, l’assapora…
Sì una pena che è una rosa, un lamento
che sa reggere l’acqua. Questa pena
e questo lamento ma chi mai li ha visti mai?
Chi? Io. Ma sono miei segreti eccezionali.
Il mio essere umano è un rametto,
uno stecco che galleggia, un gambo
di rosa. Ho sottilizzato, ho sentito
il pensiero fischiare uscendo
dalla guaina, e me lo sono tolto
come, per esempio, uno si toglie
la cinta, il gesto è quello, ma dalla testa
(la testa!) e non dalla vita, intesa
come equatore del corpo umano
e come esistenza. Mi sono rimaste
le dita, le preferisco perché
non parlano, fanno gesti, sì,
ma possono anche non farli.
Invece basta avere un pensiero
e una testa che subito la testa
(la testa!) ha una bocca, e la bocca
subito s’apre come quando si dice
apriticielo. E chi ha una bocca
non può anche non parlare.
Dire la propria: questa espressione
è già voce d’orrore. Perché io capisco
uno che dica la propria, diciamo,
che sputi la propria anima sonante,
menando come una frusta orale il vanto
che la propria non è l’altrui, e che
è differente, anche oltraggiosamente
differente, anzi è un oltraggio,
e vuole esserlo, che uguali non ha.
Invece la propria non è che la solita
sguaiata consonanza con l’altrui,
sempre in conformità, in convenienza,
sempre. Convenevole è l’indignazione.
Come i giochi di parole, così
la rabbiosa sbotta fa le capriole.
Ché a giocar con le parole si finisce
tutti a dire le stesse fesserie,
così come a farsi prendere per mano
dalla propria umanità, propria
di proprietà… “io sono buono
e caro ma… ma se mi toccano…
ma se mi giro…”… Se ti toccano,
allora, che succede? Fa’ vedere,
trottola, fa’ un po’ vedere…
E che si vede, che si sente?
La pappardella, il risentito
del risentimento, la tirata
in tiritera, la rabbia sbrodolata
in trullallà, la poesia, sì, la poesia,
e per poesia intendo queste
cazzo di parole organizzate
come gambi di giglio, a sostegno
dell’incorrotto fiore e del suo stilo,
tutta una elevazione
di incolpevolezza
e desiderio, desiderio
di condivisione ossia consenso
di critica e di popolo…
e popolo, qui, lo dico in estinzione,
in estinzione di significato
perché quando tu a un popolo
gli parli sapendo cosa dici
e quel che sai e che dici
è cosa che tu sai gli possa
far piacere, e sai che così è
per un sentito dire che ridici
per fargli quel piacere di
sentirselo ridire (è un giro
che è un raggiro, nel quale
le due parti son vittime reciproche),
lo fai perché tu sai che
quel piacere tra vittime
delle circostanze è il tuo
quanto il loro, quindi è consenso
e applauso… ecco, così,
quando tu fai questo, tu fai
quel gioco sporco del mestolo,
che rigira il brodo nel suo brodo,
e per una mestolata di minestra
uccidi il popolo e gli incidi
l’infamia sulla fronte,
e lo battezzi: pubblico.
Ogni cosa nuova è dolorosa
per chi l’ascolta o dice quella cosa
ma è vivo quel dolore e odoroso
fresco di rosa fresca… ma cosa
sto dicendo, di che parlo,
io pure, anch’io ma di che parlo?
Ma vaffanculo a voi e la convenienza,
e la conservazione sulla Terra,
dalla quale discende,
oltre la discendenza, il presuntuoso
opportunismo di conservarla
come marmellata dolce e cara
per la ditata dell’umanità.
Il pianeta chiamato Terra
avrò il nome suo proprio
bellissimamente oltraggioso
col quale non s’è mai sentito
(sentita, se è femmina)
chiamare. No, bisogna chiamarlo
(se pianeta… ‘chiamarla’, se femmina)
Terra in tutte le lingue. E
non è quello il suo nome.
La cosa dà fastidio a me,
figuriamoci a lei. No, invece,
qui, sulla terra, tutti paesaggisti,
tutti soccorritori, tutti acquerellisti,
tutti oddìo oddìo, tutti crocerossini,
tutti volontari buoni di un pianeta
che nemmeno sanno come si chiama.
Poi non ci si spiega perché abbia
una rabbia in corpo tutta infuocata,
il pianeta (o la femmina).
Ha la bua? Chi siete voi
per curarla, la Terra? Per conservarla,
e conservarla come? Come meglio
si addice al vostro turismo,
alla piaga che siete,
così su due piedi…
pus nei musei voi siete,
e per musei intendiamo
tutto il museale, tutto
l’universo delle muse,
e vi impasticcate d’informazione,
in pillole e a grandi palate,
e siamo al punto in cui
ogni buona intenzione
non è che parodia di bontà,
parodia di intenzione, infine
irrisione del mondo, voi siete
irrisione del mondo, voi siete
fatti. Da chi? Da nessuno,
qui sta il bello, da nessuno.
(L’essere umano è fatto
per definizione: fatto a essere).
È inutile che ci provate:
sempre la colpa all’altro,
all’alto, al gran sistema,
come se l’alto non fosse
il picco statistico della bassezza.
Ma, per favore, un po’
di consapevolezza, un po’
di quell’unica consapevolezza
della quale non avvertite
l’esigenza: la consapevolezza
di voi stessi. Non siete che
una forma di comicità,
infatti sono i comici il vostro
miglior esempio, i comici,
che furono servi di un padrone
per convenienza commovente,
e oggi lo sono di tutti per fame
di consenso, da qui quell’ilarità
penosa, quel benestare,
quell’acquiescenza, perché
il pubblico, oggi, è di successo
e strappa quel consenso
al comico e se lo sbava
addosso. Perché il comico
che incarna, mimetico,
un potere per deriderlo,
è egli quel potere
in stato isterico,
è egli quel poter
essere quel potere
in dramma autentico:
il dramma d’esser comico
non potendo non esserlo.
E la finzione sta
nel fingere non sia,
che non sia mai così.
E magari la terra,
la terra e l’umanità su questa
terra, magari terra e umanità
non volevano essere che amate…
“e non negate a me questo languore”…
morse come una mela e denudate…
ecco la mela, la mela morsicata…
fino al torsolo, distrutte, morse
dall’amore umano, asfissiate
dalle emissioni dei baci,
coperte d’oro e asfalti,
da grattacieli che sono
sempre un bel segno,
la manifestazione di una
eccitata elevazione,
e dalle divaricate, femminili
cosce di maestose tubazioni
e dalle dighe, questi gonfi pubi
dalle gonfie pareti inumidite.
Ma perché non imparate
dai castori e dalle termiti?
Perché non deviate i fiumi
come abbracci sparsi?
Si gode il godimento
quando si corre il rischio
di subirlo. Perché non
polverizzate il mondo come un sogno?
L’amore è, per la Terra, un’esplosione.
Magari l’essere umano era nei suoi
– suoi sia d’umanità sia di pianeta Terra –
progetti, magari è il veleno che essa
– essa tutt’uno, Terra e Umanità –
vuole assumere, è la porcheria
livida e amara che essa vuole
sputare dopo averla assaggiata.
Ché? Non si puo? Chi lo vieta?
Dal suo punto di vista si può.
E se essa volesse morire?
L’unica cosa certa nell’universo
è questa ambizione di morte
in ogni cosa e in ogni stella.
E vuoi vedere che adesso,
perché l’essere respira, povera creatura,
perché non sia mai restasse senza fiato,
vuoi vedere che essa non possa cambiarsi
d’abito, da tulle d’aria a baratro
di cupa densità soffocante in materiale
oscuro. Ma dove siamo? Ecco, non lo so.
Io sto sottilizzando per esserci meno.
Come spero di voi. Insomma il mio
è un augurio allegro. Mi credevate
tetro? Ma nemmeno per sogno.
Ho fatto solo il sottile, non sono
che morto, alla fine. Sapete, la creta,
perché si regga, diciamo ritta,
in piedi, in forme un po’ articolate,
ha bisogno del sostegno di un fil
di ferro all’interno. Come si chiama
quel fil di ferro? Anima si chiama
quella materia che ho scolpito
e modellato, quel filo al quale ho fatto
fare la mia figura di figura umana.
La testa no, la testa è creta e basta.
È come le montagne, pietra superflua.
Ho disegnato anch’io le montagne,
non erano che teschi, monti calvi.
Ho disegnato monti: sempre crani.
Va be’, basta. Purtroppo si può
dire tutto. E, finalmente io non posso più.
Di più si spezzerebbe la creatura
assottigliata, contro la quale
vita, intelligenza, ottusità, pensiero,
niente più possono, non possono
più nulla. E io gli ho dato una mano,
anche l’altra, le dita, a quell’essere,
che più di un fil di piscio non è.
E m’abbottono la patta e chiudo tutto.
SUL MARE
– È pieno di futuri il mare, o no?
– I verbi?
– Anche.
– L’acqua che batte sul tamburo dello scafo…
– L’acqua in due tempi…
– Tutti questi accenti marziali del mare…
– Viene avanti a schiere…
– Vanitose, per farsi imitare…
– E per poi dire: non voi, solo io sono il mare…
– Dice sempre la stessa cosa…
– Fingendo di morire a riva…
– Si lascia andare…
– Come una tenda che cade…
– Come uno strascico spinto col piede…
– E attirato da una giravolta…
– La risacca è un testamento…
– Sono grani di un rosario sfilato…
– Tutte le collane spezzate…
– Perle e pietre da collo che rotolano…
– Un girare e girare di pagine…
– È un continuo…
– Muore a riva, resuscita al largo…
– È il mare…
– Basta così…
– Sì, diamoci un taglio…
– Tagliamolo in due…
– Noi due?
– Anche… Con la chiglia, col tagliamare…
– L’acqua batte il tamburo.
– Tatàn, farò, sarò, vedrò… a prua…
– E a poppa?… Dài, facciamo i leziosi ché nessuno ci sente…
– A poppa in quattro tempi…
– Tatatànta, avrò fatto, sarò stato, avrò visto… a poppa…
– La ritmica di “Cuore Matto” dal motore di ogni gozzo…
– È il diesel…
– Regime di camion a folle…
– Il mezzo di trasporto del rock…
– Che vuole un metronomo lento…
– Oppure è let’s dance…
– “Forse sarà la musica del mare”…
– La canzone?…
– Nelle canzoni succedono cose…
– Dell’altro mondo, sì…
– Come ancora nell’Eden…
– Le parole fiorite sugli alberi…
– Che fanno, poi, frutti…
– Che fanno, poi, semi…
– A disposizione, a gratis…
– E la musica?
– Lo stormire, il frusciare…
– Lo scorrere, il frangersi…
– Il suono è frustrazione d’elementi…
– Essendo così impossibile il silenzio…
– “La vita è un Paradiso di bugie”…
– E il Paradiso è una bugia di vita…
– È una canzone…
– Aprire la bocca e fare uscire il fiato…
– E quel che è detto è detto…
– Sulla base…
– La base principale…
– L’inizio, la genesi…
– La parola prima della cosa…
– Dici “carciofo”, è un carciofo…
– Anche se non lo è…
– Pochi sanno quanti nomi sono inesatti…
– Succede…
– ”Papera”, per esempio…
– È una chiave da quindici…
– Esatto… Ganimede?
– Una betoniera a due assi…
– E Uriah Heep?
– È uno stronzo…
– Le cose si sanno anche se non si sanno…
– Nel Giardino delle delizie…
– Ah, certo… nel Giardino…
– Siepi e mobili da giardino…
– Ci sono…
– Le trovi…
– Elettropompe sommerse…
– Solforatrici, tralicci…
– Le parole ci sono, usiamole…
– E nessuna conoscenza…
– Nessuna consapevolezza…
– Nessuna mela…
– Era un fico…
– Anche un dattero…
– Ma la mela è il simbolo…
– Sì, è il simbolo…
– Il logo, sì…
– Di un’etichetta discografica…
– Di questo computer…
– Della grande città…
– Della favola…
– Della fisica…
– Prima e dopo la mela…
– È una fissazione…
– La mela spacca in due…
– Questa cristo di mela…
– Anche la mela si spacca…
– Conosci la leggenda…
– La mela spaccata in due…
– Metà e metà…
– Una metà accostata a un orecchio…
– E l’altra all’altro…
– E cosa si sente?
– Niente…
– E la leggenda dice…
– Lo so cosa dice…
– E la variabile dei due fattori…
– Uno: chi ascolta… due: il numero…
– Se sono io al femminile o tu al maschile…
– Se chi ascolta ascolta per sé…
– O se ascolta per due…
– Farai, sarai, vedrai, a prua…
– E a poppa?… Dài, facciamo i leziosi ché nessuno ci ascolta…
– Dillo tu…
– Sarò stata, sarai stato, a poppa…
– Nell’esserci o nel non esserci… è qui…
– È lì che si giocano le differenze…
– Ci sono differenze?
– Se succede qualcosa, sì…
– E se non succede?
– La differenza è una…
– Quale?
– Che non succede qualcosa…
– E nemmeno sai cosa…
– Poi tutto è mescolato nella scia…
– L’addio d’acqua…
– È l’ossigenazione…
– È l’elica…
– Come i venti…
– Un ventilatore?
– I venti a che servono?
– A soffiare…
– A fare le onde…
– Le onde arrotolate…
– Come la sfoglia intorno al mattarello…
– Prendono l’ossigeno di petto…
– L’acqua sale a respirare…
– Esatto, come la balena…
– Il mare è grande come una balena…
– È un grande nuotatore, il mare…
– Deve respirare…
– La sfoglia a che serve?
– A farci i panzarotti…
– Ripieni…
– Sì, d’aria…
– Si gonfiano…
– E danno una sbattuta…
– A chi?…
– All’ossigeno che, quando gode, si frantuma…
– L’ossigeno gode?
– Anche l’acqua, infatti fa le bolle…
– Gode così?…
– E non è finita…
– Dura parecchio?
– Finché c’è mare…
– È una cosa semplice?
– È una cosa elementare…
– È il mare…
– È pieno di orgasmi il mare…
– Ossigeno in ogni bolla…
– È una cosa…
– Minuziosa, sì…
– Finalmente respira…
– Il mare calmo morirebbe…
– Di noia, di astinenza, capisco…
– L’elica fa lo stesso, mescola…
– È un ventilatore, smucina…
– Smucina?
– È la parola…
– Sotto il pelo dell’acqua…
– È eccitante…
– Fa la scia…
– Che di notte è luminosa…
– Noi con l’elica…
– Ossigeniamo…
– Capito, sì?
– Capito, sì…
– Uno pensa all’astuzia dell’essere umano…
– All’invenzione…
– Ma è l’astuzia del mare…
– Ci induce a cose…
– Eliche, pale, ruote sul Mississipi…
– Con due pì…
– Che cosa?
– Mississippi…
– Sei pedante…
– Quattro esse e quattro i…
– E petulante…
– La emme sta per la larghezza del fiume…
– La lettera più larga da riva a riva…
– Le altre, ribattute dalle sponde, sono il corso…
– Quante cose…
– Se ci si pensa…
– Se guardi le lettere…
– È la conoscenza…
– E i motori a turbina?
– Ancora meglio…
– E poi quelli a aria compressa…
– Il massimo per il mare…
– Il massimo suo risultato…
– Ottenuto…
– Gran cervello il mare…
– Fa acqua…
– Ma c’è sale, c’è sale…
– Nella zucca…
– Cazzuta del mare…
– Noi crediamo, e invece…
– Hai capito?
– Ho capito sì…
– Nessuna emissione inquinante…
– La tremarella dell’umanità…
– La vittoria del mare…
– Che andrebbe a carne umana se potesse…
– Come tutta la natura…
– Se non fosse per i gas ammorbanti…
– La decomposizione dell’essere umano…
– Quella sì che è nociva…
– Lo bruci…
– È uguale, anzi peggio…
– Disturba l’aria…
– Ecco, se fosse un’elica…
– È un motore sconveniente…
– Consuma troppo…
– Rende niente…
– Fa solo due palle così…
– Che non sono bolle infinite…
– Alle volte però…
– Ma in senso figurato…
– Ne esiste un altro?
– La carcassa…
– Che ci fai?…
– Quello che ci si fa…
– Sarebbe?
– Mangime…
– Tu dici che non sfugge?
– No, non sfugge…
– Senza scampo?
– Gli tocca…
– Come sia sia?
– Sì, così com’è…
– Anche in cenere?
– È un digestivo…
– Tu dici?
– Tutti gli animali mangiano cenere per digerire…
– Gli animali e Balzac…
– Perché somigliava al mare e a un tricheco nel mare…
– Allo stesso tempo…
– Onda e corporatura…
– Perché esplodono i vulcani?
– Ha a che vedere?
– Per pasturare il mare di cenere…
– Per la digestione?
– Delle balene, per esempio…
– Uno crede…
– E invece…
– Il mare è grande…
– Come una balena…
– Che soffia…
– Fa le bolle…
– Veniamo tutti da lì…
– Da una bolla, è dimostrato…
– Con dentro l’ossigeno…
– E un principio microscopico…
– L’origine di tutte le nostre future stronzate…
– Se ne dicono tante, di notte, sul mare…
– Sono l’esito finale…
– Cosa?
– I miti, le stronzate, è un continuo…
– Non sono il principio?
– No, sono la fine…
– La vita umana è la vita finale…
– Di tutte le cose…
– E la fanno tanto lunga…
– La storia…
– Che poi, stringi stringi…
– Stringi e allunga…
– Cos’è? Fila, teoria, ordine di posti…
– Formaggio filato…
– Coda all’imbarco…
– Sulla corsia opposta…
– I curiosi, sì…
– Sarà pure lunga…
– Una colatura da macellazione…
– Una sgocciolatura di caramello venoso…
– Pollock che scanna il tubetto del carminio…
– Ma il sangue non è acqua…
– È un buco nell’acqua…
– Non è la vastità del nulla…
– O del mare…
– Più grande di tutte le metafore sul mare…
– È il mare…
– Mare sopra e mare sotto…
– Così cantò…
– Tutto era acqua, e l’acqua fu divisa…
– Mare sotto…
– E un’acqua senza nome, sopra…
– Bada: senza nome…
– Non ci piove…
– E in mezzo il firmamento…
– Il cielo, una cupola di contenimento…
– Un cuscinetto reggispinta…
– A sfere, per movimenti rotanti e traslanti…
– E diciamole le cose…
– Ma il nome dell’acqua sopra?
– Non si sa, non si dice…
– Sennò ci cade addosso…
– Chiamata col suo nome, così fa…
– Corre all’altra acqua, al mare…
– Il ricongiungimento…
– Prova un po’…
– Forlizia, Berlanda…
– Niente… Coticò…
– No, non viene giù…
– Prova tutto attaccato…
– Nonvieneggiù…
– Manco per sogno…
– Mancopersogno…
– Basta, capito il trucco?
– Ho capito, ho capito…
– Che tutto quello che diciamo…
– Tutte le parole anche tutte attaccate…
– E sì… sono tentativi…
– Di dire…
– Di indovinare quel nome…
– Che poi, se fosse, sai che bagnata…
– Per ringraziamento…
– Perringraziamento…
– Lascia perdere…
– Lasciaperdere…
– Lascia pe… non ripetere, non attaccare…
– Bottone…
– I bottoni dell’acqua…
– Torniamo al mare…
– La metà dell’acqua intera…
– Immenso più di tutte le metafore sul mare…
– Che poi cosa sono le metafore?…
– Tutto quello che galleggia sul mare…
– Le vele, le vele, questi panni stesi…
– Anche i transatlantici…
– Elevati come poemi…
– I ponti, questi versi sovrapposti…
– Gli strati sociali…
– Ma poi…
– Scompigliati come capelli…
– Se il mare poco poco si rigira…
– La terra è il suo letto…
– Gli amori del mare…
– Di notte sul mare se ne dicono di cose…
– E chi non è qua non sa…
– No, non sa…
– Le stelle…
– Che si fanno miriadi di affari loro…
– Lega il timone…
– Direzione?
– Addosso alle onde, sempre addosso alle onde…
– Di faccia?
– Dentro a perpendicolo…
– Il mare è calmo…
– Ci imiterà…
– Le onde verranno…
PRIMA E DOPO
– “Mangiammo con appetito…”
– Sì, continua… io sono Lei, Lui sei tu…
– “Alla fine ci sorprendemmo, lei e io…”
– Ci cogliemmo sul fatto… continua…
– “… con i tovaglioli stretti in una mano…”
– … nella mano, stretti…
– “… e sospesi in aria. Lei disse:…”
– Lei disse?… Cosa dico?…
– “… – Ecco quello che resta di Golia –…”
– Con, in bocca, ancora…
– “… intendeva la gigantesca fame sulla quale prima aveva scherzato…”
– … un sapore…
– “Scuotemmo i tovaglioli come per un saluto…”
– Eravamo arrivati al punto in cui non ci si poteva salutare che per finta…
– “…guardandoci e sorridendo…”
– Il peggio… non potevamo che fingerlo…
– “… li lasciammo cadere sul tavolo per l’ultima volta…”
– Punto. Continua…
– “Lei si alzò prima di me…”
– Con tutto il corpo…
– “… mi sfiorò la guancia passandomi accanto…”
– I lettori ci guardano, diamogli spago. Punto.
– “Mi alzai anch’io…”
– Con tutto il corpo…
– “…sollevai la bottiglia con due dita intorno al collo…”
– Mi fai…
– “… come nelle branchie di un pesce…”
– Me lo stai facendo… Punto…
– “Andammo fuori, ci sedemmo sull’erba…”
– … e…
– “…e bevemmo il resto del vino…”
– Sì, punto, punto, punto, sì….
– ” Lei solo un sorso, dopo di che mi disse:…”
– Cosa ti dissi… dillo…
– “– Finiscilo tu, intanto mi piacerebbe …”
– Finiscilo tu…
– “…dormire un poco, solo un poco…”
– Solo chiudere gli occhi…
– “…quanto dura il vino nella bottiglia –…”
– … e…
– “Poggiò la testa sul mio fianco e chiuse gli occhi”…”
– Senza dormire veramente… E questo…
– Questo è Hemingway…
– Hemingway ha bisogno di noi…
– Per fare andare avanti le cose…
– E, alla fine del racconto…
– … quello che all’inizio è stato apparecchiato…
– … è tutto consumato, senza buttare via nulla…
– … fino ai resti, quei resti inutilizzabili dopo…
– … torsoli, lische, ossa spolpate, piatti nei quali…
– … il burro di frittura, raccolto con un pezzo di pane…
– … ha lasciato solo un velo per segugi…
– … bottiglie vuote…
– … mozziconi di matita dalla presa ormai impossibile…
– … che puoi girare tra le dita come palline da rugby…
– … per lillipuziani alti un mignolo…
– Chi le userebbe per scrivere non riuscirebbe…
– No, non riuscirebbe…
– … che a raschiare il foglio con le unghie…
– Solo un cane…
– … un gatto…
– Solo un cane o un gatto possono avvicinare quei resti…
– … con lo stesso risultato di esattezza animalesca…
– Questo non per dire che Hemingway sia chissà chi…
– … ma per dire che nessuno è chissà chi…
ACCOPPIAMENTO
– Come adesso…
– Ti capisco…
– Mentre mi spoglio…
– Ti viene la chiacchiera…
– Sì, da parlare…
– Ti capisco…
– Quello che dico?
– No… che tu parli…
– Per distrarre…
– Così è…
– Da che?…
– Lo sappiamo da che…
– Dimmelo, mi piace…
– Lo so…
– Mi tolgo il reggiseno mentre…
– Sono parole, non musica…
– No, per fortuna…
– La musica annebbia il corpo…
– Lo manda in fumo con l’entusiasmo…
– La posa ridicola…
– Continua, non cambiare discorso…
– Lo sai che non è mia la frase…
– La tua irresponsabilità ci guadagna…
– E’ una frase…
– Ma tu sai come ci si arriva…
– “Questa costrizione alla realtà”…
– Ah, mi eccita…
– Questa…
– Sì, ridilla…
– Questa realtà coercitiva…
– Guarda il braccio… ho i brividi…
– Questa repressione proba…
– Oddio… continua…
– “Questa costrizione alla realtà”…
– Inflitta alla… alla…
– Alla parte migliore del paese…
– Ah… ne avevo bisogno…
– Ma nemmeno la parte migliore del paese…
– Lo so…
– Nemmeno questa è una mia espressione…
– Lo so, ci mancherebbe…
– Abbiamo bisogno degli stomachi altrui…
– Qualcosa da cui distrarci, spogliandoci…
– Questa chiacchiera…
– Avendo già goduto di un inizio, quando tu…
– Quando io?…
– Ma anch’io…
– Anche tu?…
– Quando tu spogliavi me…
– E io te…
– Nel silenzio…
– Senza guardare, senza…
– Guardare chi si spoglia è?…
– Sì, mi ricordo, è cinema…
– Alla cieca cos’è?
– Letteratura…
– E così?… Ognuno da sé?…
– Così è teatro… ‘O triatre…
– Ecco qua i miei seni…
– Sembra che ti tuffi…
– Che mi tuffo?
– Quando ti togli il reggiseno…
– Sembra che entri nell’acqua anche tu…
– Nell’acqua?
– Ma bassa…
– Bassa?
– E fredda…
– Fredda?…
– Quando ti togli gli slip…
– Quante cose…
– Quali?
– Queste, altre…
– Le cose che si dicono?
– Che si scrivono…
– Ah, sì… tutto composto correttamente…
– Non dovrebbe…
– Pensa se noi piegassimo tutto…
– Come si piega una gonna?
– E come pieghi, tu, i pantaloni?
– E tu anche, quando li porti…
– Sì, quando li porto…
– E te li togli…
– Quando li porto, sì…
– E conosco il gesto…
– Il gesto?
– Come se li abbandonassi per sempre…
– Tu no, invece…
– No?
– Sei un uomo… temi la sorpresa…
– E allora?
– Devi sapere che li ritroverai…
– Ma come li pieghiamo…
– Non lo sappiamo…
– Perché non li pieghiamo…
– Come ci comportiamo?
– Non correttamente…
– E se dopo…
– Pensavo la stessa cosa…
– Se dopo… se io dopo…
– E anch’io se dopo…
– Vedessi tutto piegato quello che hai tolto…
– Pensavo lo stesso… se dopo…
– Sarebbe la prova…
– Sì, la testimonianza…
– Che niente è successo…
– Se non costrizione
– Alla realtà…
– Quante cose non succedono…
– Si raccontano…
– Ma non succedono…
– La parte migliore…
– O è menzogna…
– O è privilegio, sì…
– La massa buona…
– Che non è più la massa ma una parte…
– La parte sana…
– L’opportunismo clinico…
– Il buon orrore…
– Che ci fa…
– Questo mondo migliore…
– Che crede nei segni…
– Pragmaticamente ci crede…
– Il segno oltre il quale…
– C’è il male…
– La bua…
– Il buon orrore al di qua del segno…
– Che si ferma al di qua…
– E fa di quel confine…
– Il segno della sua fine…
– Coatti in correttezza…
– L’abolizione in sé di ogni malizia…
– Per il concepimento del nemico in sé…
– Non sarà che così…
– L’egoismo del rancore…
– E il contrario…
– Sì, il rancore dell’egoismo…
– Nei due versi…
– L’aratura della parte migliore…
– Come ci si spoglia bene, parlando d’altro…
– Le tue mutandine…
– Già non so dove siano…
– L’intimo si mimetizza…
– Non scriverlo, questo…
– Non lo farò…
– Prima o poi si capirebbe…
– Di noi?
– No, che il senso è tanti sensi…
– Perché?… Non si sa già?…
– No…
– Tu…
– E…
– Non si…
– Piano…
– E…
– L’ho letta…
– Cosa?
– La recensione che ti stronca…
– L’hai letta?
– Sì, l’ho letta…
– E…?
– Sei morto…
– Credo di sì, era ora…
– Ho dovuto leggerla tre, quattro volte…
– Hai dovuto?
– Sì, quattro, per arrivare finalmente a non capire.
GLI APPOSTATI
(A caccia del pubblico)
– Ci sono parole che significano niente…
– Dimmene una…
– Per esempio “ipostasi”, ciò che sta sotto…
– Il sottostante…
– Ma sovrastante la cosa…
– Sotto e sopra?
– Sai com’è…
– Com’è?
– È umano…
– Allusivo?
– Allusivo…
– Sarebbe?
– Dal fisico all’astratto…
– Così è?
– L’allusione così è…
– Come?
– La conquista dell’astratto…
– Ne abbiamo bisogno…
– Bisogna credere di no ma serve…
– Serve?
– Quello che non esiste è quel che serve…
– Pure se… Quando?…
– Sì, pure se e quando…
– Hai capito cosa voglio dire?
– Perché? Vuoi dire altro?
– Voglio dire quello…
– Se volevi dire altro, lo dicevi, no?…
– Lo dicevo, sì…
– Quello è quello, e basta, non è altro…
– Non è altro…
– L’ipostasi…
– Cos’è? La cosa continua?
– Allora l’astratto… Ce l’hai?
– Cosa?
– L’astratto… Ce l’hai? A tiro…
– Ce l’ho…
– Tienilo…
– Dimmi tu…
– Vai sulla realtà fondamentale del fenomeno…
– Dove vado?
– Non sono parole mie, ma funziona…
– Funziona che?
– È un richiamo, le citazioni sono un richiamo…
– Vado a cazzo?
– Tu vai…
– Vado a cazzo…
– Sulla realtà fondamentale del fenomeno…
– Ce l’ho…
– Ce l’hai?
– La stronza realtà… Com’era?…
– Fondamentale del fenomeno…
– Da dove viene?
– Dall’astratto al fisico…
– Cazzi suoi…
– La creazione di ogni cosa per emanazione…
– La faccio nera…
– Dall’insostanziale al sostanziale…
– Nera…
– Una parola sola…
– Cosa?
– Nera, una parola, un colore…
– No, nel senso…
– Appunto, nel senso…
– Nera…
– Secca…
– Uguale…
– Capito, sì?…
– Che è uguale?
– Che il significato è diverso ma fa lo stesso…
– Paro paro…
– Ce l’hai?
– Sotto tiro
– Le parole si sono allineate…
– Ce l’ho…
– Spara… Puoi sparare cazzate…